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venerdì 8 gennaio 2010

La macchia (parte 3 di 3)

Solo Giancarlo in quella scena dai contorni sfocati mantenne una certa calma, ritornò in soggiorno ed esaminò meglio l’interno del caminetto, ormai violato rifugio natalizio. Con circospezione guardò alla pietra sporca, ai pochi regali che, posti in un angolo, non erano stati contaminati da quello strano morbo liquido e poi vide dall’alto, ploc, cadere una goccia scura e precipitare densa in basso. Ruotò la testa e guardò verso l’alto e scorse, tra i pannelli di polistirolo che isolavano il camino, una piccola fenditura dove, toccando con indice e medio percepì un viscidume antipatico. Ritrasse la mano e con il pollice si strofinò i polpastrelli: quella era l’origine di quella spaventevole macchia. Ciò che accadeva quella sera al di sopra di quei pannelli, era un evento ordinario. Nei giorni precedenti aveva piovuto molto e per il vento dell’acqua si era infiltrata lungo le pareti della vecchia canna fumaria, sottraendo alla pietra alcuni strati di fuliggine vecchia di secoli, che mischiandosi con la pioggia aveva dato origine a quel denso liquido, poi colato all’interno del caminetto. Tuttavia, quello che l’uomo poteva vivere al di sotto di quei pannelli, all’interno di una realtà differente fatta di momenti di lucida razionalità alternati a grandi pause di incoerenza e sentimenti gettati alla rinfusa, era una scena ben meno chiara. Sembrava quasi che un Babbo Natale fosse disceso nel camino con il suo sacco pieno di doni e che fosse rimasto intrappolato in qualche antico strumento di dolore, messo lì per chissà quale motivo, e che il suo pianto, il suo sudore nel tentare di risalire e riprendere il suo corso ed il sangue rossastro, sgorgato dalle ferite della discesa in quello strettissimo inferno, si fossero mischiati con la cenere e fossero scesi giù, oltre ai pannelli, mentre l’ignara famiglia Schelfi era ancora tutta presa a contemplare piccolo schermo. Questo sembrò a Giancarlo e sebbene sapesse che quella sensazione non potesse avere alcun senso, gli rimase addosso una certa nausea di inspiegabile. Ploc, un’altra goccia. Mentre in bagno Liliana lavava e rilavava il suo maglione, mentre cercava di pulire quei piccoli cuori di lana colorata dalla macchia ed il proprio dall’impronta delle sue ansie riemerse in quello sfortuito accadimento natalizio, Roberto e Giancarlo in salotto discutevano sul come e sul perché ed alla fine convennero che doveva trattarsi di una infiltrazione dovuta alla pioggia intensa degli ultimi giorni, una infiltrazione che, seppur strana e del tutto eccezionale, non poteva avere altra spiegazione. Era la prima volta, dacché la famiglia Schelfi abitava in quell’appartamento, che accadeva una cosa simile e proprio la sera di Natale, dell’unico anno in cui mamma Liliana aveva deciso di non fare l’albero e di optare per un Natale più semplice. Una infiltrazione certo, ma un caso ben raro!, Ripeteva Giancarlo al padre ed a sé stesso, Un caso ben raro! Anche mamma Liliana ed i fratelli, salvato il salvabile nel bagno di casa, ritornarono in soggiorno con i regali recuperati dal nero, tranne il maglione di cashmere, che se ne rimase solo sullo stendibiancheria ad asciugare. Il suo futuro era incerto. Se fosse rimasto l’odore di fumo, Liliana lo sapeva, il maglione sarebbe stato irrecuperabile. Ritornarono con loro un paio di guanti, la felpa di Giancarlo, un astuccio d’alluminio con due penne, una confezione ancora sporca di un profumo e qualche altro oggetto. Persi i pacchetti ognuno disse di chi fossero i regali e per chi fossero e quindi vennero distribuiti rapidamente. Gli animi di tutti si rasserenarono un poco. Un caso strano, rifletteva papà Roberto, ma possibile, possibile, sicuro! e con al sua autorità convinse tutti. Poco a poco ognuno si stancò di rigirare tra le mani i propri doni e verso le una e trenta i fratelli minori di Giancarlo già spegnevano le luci nelle loro stanze, mentre lui ormai solo leggeva il primo capitolo di un libro di racconti regalatogli. Roberto russava nella sua paterna tranquillità, mentre nel buio della loro stanza, mamma Liliana ancora sveglia tendeva l’orecchio ad ogni piccolo suono e proprio mentre stava per chiudere gli occhi udì chiaramente ploc ploc, di là, in soggiorno. Ancora la macchia nerastra non aveva cessato di cadere, ancora sporcava la pietra del caminetto. Ancora gettava ombra sulla propria inquietudine di quel dicembre assai diverso da quelli passati e si augurò, mentre ancora scrutava il silenzio inconsueto ed i rumori abituali, diverso anche da quelli futuri. Ploc ploc, nuovamente cadeva una goccia scura.

The End.

giovedì 7 gennaio 2010

La macchia (parte 2 di 3)

Quest’ultimo aveva una particolarità. Nella loro casa assai moderna i signori Schelfi avevano da anni installato un innovativo sistema di riscaldamento a terra, piccole canne in metallo che trasportavano l’acqua calda sotto il parquet di noce scuro e diffondevano un caldo tepore in ogni stanza. Il caminetto si era trasformato, in quella casa antica del centro cittadino, in un cimelio dell’antica anima di quell’appartamento, in una testimonianza di periodi duri in cui quelle stanze erano fredde ed abitate da uomini e donne differenti, prima giovani, poi anziani ed ormai defunti. Quel caminetto era una semplice testimonianza del passato, un angolo inutile ma pur sempre affascinante che i coniugi avevano deciso di mantenere, isolando però la canna fumaria che saliva verso il tetto mediante alcuni pannelli di polistirolo, per evitare una inutile dispersione di calore su e su fino al comignolo e poi fuori, nel cielo cittadino. A ricordo della sua antica funzione, al centro del pianale in pietra del caminetto, era stata posta una candela di un colore arancione spento, anch’essa con solo valore estetico e mai utilizzata. In questa piccola grotta protetta da ogni lato, al riparo perfino dalle proprie inquietudini, Liliana pose i propri regali per i famigliari e così fece alcune ore dopo il marito Roberto ed i tre figli. Sulla cima di una piramide composta da una quindicina di piccoli pacchetti, troneggiava un incarto color ocra, morbido e raffinato, che sembrava cadere un po’ ai bordi, rinserrato in un fiocco di tulle verde. Era stato Giancarlo, orgoglioso della propria azzeccatissima scelta, a porre all’apice della piccola collina di doni il bel maglione di lana di cashmere comperato il giorno stesso per la madre. Questo accadeva nel tardo pomeriggio, a poche ore dalla cena della vigilia e dai festeggiamenti.
Le ore che separano gli eventi narrati da quelli che stanno per accadere furono ore di vita famigliare, di chiacchiere più animate del solito, di una gioia tranquilla di cui tutti i cinque membri di casa Schelfi avevano agghindato il proprio sorriso. Si mangiò e si bevve, si parlò di gradevoli faccende ed anche Liliana volle farsi trasportare in quel mondo, così simile a quello degli anni passati, così caldo e confortevole. Lasciò da parte le proprie inquietudini e si dedicò ai primi, all’arrosto ed al panettone. Tutto sembrava contribuire a fare di quel Natale un Natale felice e nessuno presagiva ancora quale viscida, densa ed oscura macchia di inspiegabili eventi avrebbe di lì a poco trasformato quei caldi sorrisi in smorfie di inadeguatezza. Dopo la cena la famiglia Schelfi si riunì davanti al grande schermo del televisore, proprio a lato del caminetto zeppo di dare e ricevere. Le luci si spensero i tutti furono trasportati dentro una storia natalizia qualsiasi, con cani e bimbi come protagonisti, grandi difficoltà iniziali ed un lieto fine come altri. Scorrevano i titoli di coda, la mezzanotte era passata ed era tempo di aprire i pacchi, s’era atteso a sufficienza. Così Giancarlo si alzò dal divano, accese la luce del soggiorno e vide allegro i parenti avvicinarsi al caminetto. Ma qualcosa andò storto. Vibrò nell’aria un certo inspiro di spavento e poi dei ma ma..., cosa..., sospesi in un silenzio nuovo e senza risposte. Roberto guarda!, già diceva Liliana, C’è un regalo che spande qualche cosa...ma cos’è? Da dove viene? Madre e padre si erano gettati in avanti e con grande apprensione videro una macchia oleosa e nerastra che gocciolava dall’alto della piramide, ploc ploc, goccia dopo goccia, macchiando numerosi pacchetti. Liliana iniziò, senza capire cosa fosse quello strano liquido, a spostare i regali e già gridava, Roberto aiutami, corri, sbrigati! ed il marito, battendo pesantemente i talloni in giro per la casa, nervosamente corse, si brigò ed aiutò. Cercò un contenitore di qualsiasi tipo. Giancarlo se ne stette un poco distante, osservava come distaccato, senza capire ma con una certa curiosità, i movimenti dei famigliari che si accalcavano al camino, spostavano i regali accuratamente riposti, gettavano alcuni pacchetti sporchi di un qualche liquido proveniente da chissà dove in un secchio, correvano in bagno ed esclamavano, Ma cosa può essere stato? Che schifo accidenti, cosa può essere stato?. Così dicendo Liliana davanti al lavabo scartava rapida i pacchetti sporchi di tutti mugolando sempre più sommessamente, quasi affranta, Anche la felpa si è rovinata!, Quello era il mio regalo!, protestava il fratello minore, ma l’urgenza, l’impellenza di salvare il salvabile in quel momento sovrastava ogni meccanicità natalizia e continuò Liliana a scartare regalo dopo regalo, fino ad afferrare, più sporco ed impiastricciato di tutti, un pacchetto di carta color ocra di medie dimensioni ormai fradicio di un viscido nerume che aveva fiaccato la carta, incatramato il fiocco verde e, come Liliana si accorse dopo un istante, era penetrato all’interno del pacco macchiando irrimediabilmente un bellissimo, Oh Gesù! Questo maglione è tutto rovinato! Roberto guarda, è tutto rovinato, non c’è nulla da fare! Era per me, nevvero? Oh Gesù che peccato!. Liliana invocava proprio quel Gesù di cui il Natale rappresentava la comparsa sulla terra, lo invocava tra i sospiri, con voce tremante, la mente annebbiata dalla sciagura che aveva confuso le carte.

...to be continued.

mercoledì 6 gennaio 2010

La macchia (parte 1 di 3)

Per i coniugi Schelfi ed i loro figli si preannunciava un Natale felice, ricco di doni ed in generale simile a quelli passati e a quelli futuri. Giancarlo Schelfi, figlio maggiore di tre, il mattino del ventiquattro dicembre duemilaenove si alzò di buon ora, fece una colazione semplice e schizzò fuori di casa per unirsi alla gelida fiumana di persone che attraversavano, in quell’ultimo giorno lavorativo prima delle feste, il centro cittadino. Anch’egli era, come tutti, alla ricerca di un ultimo regalo: non aveva ancora scovato nulla che si adattasse al raffinato gusto estetico di sua madre Liliana. Scruta Giancarlo, le vetrine pulite dei negozi del centro! Cerca cerca il pensiero più dolce per la tua cara mamma, fai come tutti; tutti ignari d’esser partiti quel giorno per la stessa improbabile missione! Quasi foste una moltitudine di segretissime spie insospettabili l’una per l’altra che furtive gettano occhiate apparentemente disinteressate ad ogni genere di mercanzia. Così camminava, sospinto dalla corrente natalizia, Giancarlo Schelfi, quando d’un tratto vide, dietro ad una vetrina, un corpo femminile acefalo di plastica liscia che indossava un maglione leggero di lana morbida, probabilmente cashmere. Si fermò un istante per valutare meglio l’oggetto in vetrina. Sulla parte anteriore del maglione, su uno sfondo nero campeggiava un grande numero di cuori di colore e dimensioni differenti, ordinati in colonnine tali per cui ogni punta di cuore era diretta verso quello successivo, a mo’ di plotone d’amore. Osservò ancora il maglione, impietrito, poi guardò nuovamente lontano, un punto indefinito tra la folla, dove il caos natalizio andava confondendo le sagome degli uomini in uno sfondo indistinto. Dopo alcuni istanti si decise ad entrare nel negozio, come arreso a quel particolare oggetto, rinunciando necessariamente a tutti gli altri magnifici e inimmaginabili doni non scorti ed ancora racchiusi nello scrigno d’opulenza cittadino. Dentro al locale si fece strada tra le signore anziane e le ragazze giovani, tutte diverse l’una dall’altra ma simili nel guardare, nel commentare tra amiche, nel toccare e pensarsi addosso i capi più strani. Lui però era uomo e come tale non poteva che muoversi goffamente e con passi troppo decisi, che svelavano un certo imbarazzo, in quell’ambiente. Si diresse rapido verso una commessa, scambiò con lei poche concise parole tra cui maglione, cuori, vetrina, taglia quarantasei, pacchetto regalo, grazie ed arrivederci e quindi uscì, vittorioso cavaliere, accompagnato dal suono di un pendaglio appeso sopra alla porta del negozio che, gli parve in quel momento, una nenia militaresca che parlava di ritorno alla terra natia. Nella mano destra, stretta nel pugno chiuso, una borsina quadrangolare bianca, contenente il trofeo di quella sua mattinata di lotta. Raggiante si riunì allo sciame d’uomini e cose che fluiva per le vie; a volte assecondandone il flusso, a volte remando disperatamente in direzione opposta, ritornò al fine al portone antico della propria casa, felice, senza più pensieri e deciso a non uscire più mai per il resto della stramaledetta vigilia.
Quell’anno in casa Schelfi mamma Liliana aveva fatto una scelta particolare, quella cioè di non montare il consueto albero di natale. Si trattava infatti di una complicata operazione di disimballaggio e montaggio, in quanto l’albero in questione era in fibre di plastica ed ogni ramo necessitava di essere connesso al tronco principale in acciaio, spennellato di verde per meglio somigliare al fratello vegetale. L’ordine doveva essere preciso e in generale la tecnica raffinata al punto che quest’anno Liliana proprio non se la sentiva. Rinunciò alle palline ed iniziò ad adornare di lucette e fiocchettini il caminetto del soggiorno, che le era sempre sembrato un degno sostituto per via del calore natalizio sprigionato dalla grande cornice intagliata di ciliegio che sovrastava la pietra. Qui pose alcune luci, un piccolo presepe molto rudimentale, contenente i membri fondamentali della scena e qualche addobbo non troppo suntuoso. Era quello per lei un Natale semplice, dopotutto, sebbene le differenze fossero minime e difficilmente rintracciabili per un occhio non esperto. Eppure c’erano: c’era lo spazio vuoto dove gli anni precedenti svettava il grande albero, c’era forse dentro di lei uno spazio ancor più grande dove si erano riunite in quel mese di dicembre le sue ansie di madre e di donna, ansie che avevano occupato il luogo dedicato un tempo ad altri pensieri, ad una felicità forse più definita, ma anche scontata. Ma nel tuo cuore di donna normale, piccola Lili, non v’è spazio per tutte queste riflessioni e le cose si confondono in un oceano di emozioni inquiete ed altalenanti, come grandi onde troppo vicine ai figlioletti che nuotano in mare. Il tutto si esprimeva in quella decisione di spostare i regali sotto al caminetto.

...to be continued.

domenica 6 settembre 2009


Il monastero di Reting

Alcuni anni fa, prima ancora di intraprendere il grande viaggio attraverso i mondi, mi trovavo sul fine dell’inverno nel Tibet occidentale. La terra era ancora fredda ed indurita dall’inverno appena passato, lo spoglio paesaggio tibetano riempiva il mio orizzonte con le sue linee semplici e dolci. Camminavo, parte di una breve colonna di pellegrini, per l’ampia vallata senza nome dove in una lontananza che ancora non potevo scorgere, si ergeva il monastero di Reting. La vastità fredda dello spazio semidesertico che mi circondava rappresentava il luogo della dissoluzione dei miei pensieri di uomo, come se tutto l’inutile non potesse incamminarsi lungo quella pista segnata dai passaggi nella terra dura, come se la mia personalità, ciò che ero, non avesse avuto al fine il coraggio bastante per seguirmi in quel viaggio lungo e faticoso, fatto di privazione, di cavolo bollito ad ogni pasto e di passi lenti calibrati sulla presenza rarefatta dell’ossigeno. A quattromila metri quel che rimaneva di me stesso erano solamente gli strati più leggeri della mia persona, mentre il corpo ed i pensieri di ieri erano dietro, abbandonati in qualche bivacco nella luce del primo mattino. Lungo il cammino la nostra lunga carovana di uomini e bestie lentamente si insinuava nella grande vallata, tra i suoi uccelli scuri dalle grandi ali che volteggiavano nel cielo, tra gli yak mansueti che pascolavano alla ricerca d’ogni stelo verde. Ricordo che per un istante mi fermai ad osservare una di queste vacche tibetane, la quale di rimando mi scrutava con una certa curiosità ed in una posizione estremamente femminile. Portava infatti alle orecchie, come gli altri capi della mandria, due nappe rosse che pendevano come eleganti orecchini. Nella posizione frontale, eretta ed elegante, teneva le zampe anteriori vagamente incrociate, come accavallate nel sensuale capriccio di nascondere la propria intimità. Lentamente estrassi dalla borsa la macchina fotografica e mossi con cautela la ghiera prima di scattare; quella si accorse del mio tentativo di imprigionare per sempre la sua bellezza in un ricordo di pellicola e quindi ruotò il capo in direzione opposta, lontano da me, guardando verso il centro della valle dove il resto della mandria sostava. Ripresi il cammino in silenzio.

Davanti a me, dopo circa un’ora, scorsi sulla pendice sinistra della valle una foresta, che si estendeva per un area circoscritta, inerpicandosi su per un pendio. La mia emozione fu grande quando vi penetrammo, il monastero di Reting era vicino e la sacralità del luogo era percepibile nel silenzio di quel bosco di ginepri. Gli alberi nelle loro forme contorte, nelle curve dolci, attorcigliate su sé stesse, svettavano al fine verso il cielo, come centinaia di campanili, come preghiere bisbigliate dalle frasche nel vento. A terra avvolte nelle radici o appoggiate ai tronchi, giacevano enormi massi scuri, maestosi, immobili come la terra, pazienti guardiani dei pellegrini che ormai vicini alla meta gettavano lo sguardo in avanti, alla ricerca del bianco e del rosso, le tinte sgargianti di cui sono dipinte le mura dei templi. Ciò che vi era di profondamente attraente in quelle piante secolari era il messaggio che portavano e che in quel momento non seppi decifrare. Come tutto l’altopiano, come le bestie e come gli uomini, anche quelle piante avevano a lungo combattuto contro l’ostilità dell’ambiente, avevano lottato per raggiungere il cielo e la luce ed infine solo alcune di loro erano sopravvissute, lasciando ampie radure tra una pianta e l’altra. In quel luogo, ormai prossimo al monastero, percepivo in qualche modo la presenza di un mondo oltre quello della materia, oltre a quello delle vane emozioni mondane, oltre ai contorti pensieri di chi vive più in basso: nell’aria, nei ginepri, nei massi e soprattutto nello spazio vuoto riempito solo a momenti dal rumore dei corvi potevo chiaramente percepire una la differenza, la presenza di una verità più profonda e meno labile, quasi eterna forse, in accordo con quel monastero senza tempo. Il mio sorriso ed il mio stupore si fermarono sul verde brillante delle frasche sparute nella luce del tardo pomeriggio, poi giungemmo alla porta ed al bianco muro esterno che segnava il perimetro del monastero di Reting. Eravamo giunti alla meta.

I monaci di Reting ci accolsero come i Tibet è usanza: entrammo in una sala interna con un tetto basso, colonne intarsiate di legno dipinte di colori intensi. Ci sedemmo su una polverosa stratificazione di tappeti di epoche e stili differenti, che perimetravano un basso tavolo in legno massiccio. Offrirono ai pochi membri della nostra carovana bicchiere di tè al burro dolce, che bevemmo con gioia, ben accolto dal nostro stomaco squassato dalla cattiva cucina dei giorni precedenti e dal freddo. In quelle stanze, in quei sorrisi di monaci la cui lingua non potevo comprendere, viveva un grande ed affascinante mistero, come se il mondo cercasse di comunicarmi una qualche evidenza della vita che non era però ancora chiara ai miei occhi, decrittabile e traducibile in pensiero cosciente. Ricordo che, salendo per una scalinata esterna, incontrai un monaco giovane alto ed elegante, avvolto nella propria mantella rosso porpora. Giunto vicino a me si fermò e per un istante ci guardammo negli occhi. Poi da dietro alla sua schiena sbucò in basso una testa lucida, un paio d’orecchie ed uno sguardo curioso, un bimbo sui dodici anni il cui corpo però ancora si confondeva nella sovrapposizione di rossi delle tuniche di diversa grandezza ma dello stesso colore che i due indossavano. Sorrisi loro senza dire nulla. Il bimbo emerse completamente dalla più grande figura del suo compagno e mi prese per mano. Qualsiasi gesto convenzionale, qualsiasi stretta o saluto mi parvero in quel momento superflui e senza significato e preferii lasciarmi trasportare in silenzio in alto verso una porta, poi attraverso la stessa ed altre stanze alcune sgombre e pulite, altre gremite di oggetti di culto, statue, oggetti per i rituali in disuso. Infine raggiungemmo una stanza ampia, ove al centro erano seduti quattro monaci anziani. La scena era illuminata dalla luce fioca di altrettante candele al burro di yak, le cui fiamme si ergevano come immobili e senza fluttuare nell’aria, forse per l’assenza di correnti d’aria, forse in accordo con la quiete che regnava in quel luogo. I quattro monaci anziani sicuramente notarono la nostra presenza ma nessuno di essi interruppe il lavoro cui erano dediti. Non erano immobili, ma muovevano impercettibilmente la schiena avanti ed indietro. I loro occhi erano semichiusi e le loro labbra si increspavano di tanto in tanto svelando l’emissione di un qualche suono impercettibile e ripetuto durante il minuzioso lavoro delle mani. Riuniti intorno allo spazio vuoto innanzi a loro quei monaci avevano da poco definito le linee principali di un nuovo Mandala, tirando alcuni sottilissimi fili di lino da una parte all’altra dello spazio accuratamente scelto per quell’indicibile effimera opera d’arte. Così ora, lentamente e con gesti essenziali si apprestavano a disegnare le prime geometriche linee del complesso disegno ed in questo io li osservavo nel modo in cui avrei potuto osservare con gli occhi il momento della creazione del cosmo, come se il Demiurgo si fosse manifestato attraverso quei quattro corpi e le prime leggi dell’universo intero venissero in quel momento stabilite, ormai immutabili fino alla distruzione di tutto l’esistente ed al prossimo inizio. Quegli uomini in quel momento muovevano le mani con la sapienza e la conoscenza di un dio. Il suono che pronunciavano era l’eco, la vibrazione armonica in cui era immersa la creazione stessa, lo stesso suono muto bisbigliato dalle fronde dei ginepri nel tardo pomeriggio, qualche ora prima. Stetti, immobile in osservazione, assistendo ad un miracolo, ad una metafora concreta che andava oltre ogni mia possibilità, ogni mia aspettativa; una metafora che nemmeno ora alla luce di ciò che ho realizzato è svelata, ma è anzi pregna di un mistero sempre più profondo ed inesplicabile, come se la soluzione si facesse più chiara, ma in questa chiarezza perdesse la possibilità di essere espressa con parole umane. Forse perché quello stesso enigma fatto di creazione, preghiera e distruzione non apparteneva alle cose umane, ma si elevava al di sopra della penombra di quel soffitto a cassettoni affrescato, al di sopra dei tetti piatti del monastero; su in alto, oltre le cime dei ginepri, al di là della volta del cielo, ove lo sguardo dell’uomo giunge solamente quand’egli impara a chiudere gli occhi.

venerdì 4 settembre 2009

Ritorno dalla solitudine

Quando il monaco Vetta-che-Ride ridiscese dalle sue montagne per prima cosa volle rivedere gli amici. Il suo cuore traboccava di una gioia incontenibile, di una esplosione visioni vissute e mai dette ad alcuno, poiché nella propria caverna viveva solo con la compagnia dell'aquila e del serpente. In lui si preparavano come cento primavere riunite, pronte a sbocciare ed a trasformarsi in germoglio, pianta e frutto.

Con questi pensieri ridiscese dalla montagna ed andò a cercare gli amici. Bussò alle loro porte, li rivide e li abbracciò. A lungo parlò con tutti loro e nei loro cuori volle scorgere quali fiori si fossero dischiusi durante la sua assenza ed in questo modo misurare anche se stesso. La sua urgenza non era quella di esprimere la propria visione attraverso affermazioni, ma di esprimerla attraverso domande e da quelle stesse domande si sarebbe potuto scorgere il suo cambiamento cresciuto all'ombra della luna piena, al canto del gufo ed al bramire del cervo. Per vivere nella solitudine Vetta-che-Ride aveva dovuto abbandonare qualsiasi dubbio, qualsiasi insicurezza e nel pianto affidarsi all'unica via, quella che sola avrebbe potuto tenerlo vicino a sé stesso, vicino ai propri compagni e vicino ai propri Maestri. Abbandonando la sicurezza, oltre la paura di essersi sbagliato, il monaco aveva fatto del Cerchio la sua forza ed in quel cerchio, in ogni anello di quella catena egli aveva profondamente creduto, poiché ben sapeva che ogni possibile incrinatura di tale perfetta geometria avrebbe significato anche la sua capitolazione. Ogni giorno pregava per loro ed a loro dedicava il sacrificio vivo della sua Pratica. In quella solitudine egli aveva compreso il Potere nascosto nella fede e nella fiducia e di quel potere si era fatto scudo quando la fame giungeva a tormentare le sue meditazioni; quel potere aveva usato come spada quando i draghi della notte vennero a fargli visita e cercarono di prendere la sua testa. Ebbe paura ma vinse i suoi nemici poiché sapeva di non essere solo.

Nessuno degli amici che Vetta-che-Ride incontrò potevano sapere tutto questo, perché loro ancora non avevano intrapreso la via della montagna e della solitudine e nella vicinanza del villaggio avevano l'occasione del confronto.

Quale il ruolo del Cerchio di Luce nel mondo?
Quale la fiducia riposta nelle mani dei Maestri?
Quale il significato della parola Fratellanza?
Quale il significato della parola Sincerità?
Quale il significato della parola Condivisione?

Queste furono le domande che il monaco pose alle persone che pensava che potessero capirlo e con quelle fu franco, fu completamente sincero e ad ognuna parlò come parlasse a sè stesso, oltre la convenzione sociale che prima viveva ancora tra loro, oltre le proprie paure, esponendo quanto di meglio avesse scoperto nella caverna e non nascondendo le proprie paure e le proprie debolezze. Alcuni vollero spiegarsi ed egli ascoltò. Altri vollero ascoltarlo ed egli parlò. A nessuno nascose nulla, né volle seguire alcuna regola sociale, alcuna forma di rispetto che non contemplasse la sincerità e l'amore che provava per loro. Se alcuni non erano pronti, egli questo non lo capì e questa fu la sua colpa, quella di vivere dell'emozione del ritorno, quell'emozione che vive nella realtà del presente l'antica idealizzazione nata nella lontananza. Alcuni non ebbero orecchie per le sue parole ed allo stesso modo le sue parole non furono abbastanza concrete per penetrare al di sotto della corazza del dubbio di altri. Così alcuni cuori enormi rimasero nascosti dietro alle parole e quand'egli capì, comprese anche di aver commesso un errore. Avrebbe dovuto attendere forse che alcuni dei suoi compagni fossero ridiscesi anch'essi dalla montagna, prima voler toccare il cuore di ognuno e di offrire il proprio in cambio.

Egli tornò alla sua capanna, fece scorrere il piolo di legno che chiudeva la porta, entrò e nella piccola stanza distese la stuoia di canniccio. Si sedette e nel silenzio a lungo rifletté sull'accaduto. Dopo alcune ore un grande sorriso comparve sul suo volto smagrito, come un sorriso che abbracciava la Terra e gli Esseri tutti. Dentro di sé ripeteva non mi sono sbagliato, i cuori di tutti noi sono puri. Lenito quindi il suo dolore, lasciò la posizione e si distese sul povero giaciglio. Quindi si addormentò ed un sonno ristoratore lo purificò dalle fatiche della sua impresa.

venerdì 10 luglio 2009

Lunghi capelli e l'età del Cristo (Parte 1 di 3)

Aveva trentatrè anni quando lo conobbi. Ed un male incurabile alle gambe. Era un uomo di estrema sensibilità, di quella sensibilità maschile grande e creativa, ma era cresciuto in un paesino di montagna e questo lo aveva indurito. Raccogliendo patate fin da piccolo, le mani rotte dalla terra, aveva imparato ad essere un duro, un uomo vero. Aveva costruito intorno a quell’anima fragile un’alta cinta di difesa da cui, sicuro della sicurezza acquisita, osservava le persone più deboli e più esposte di lui, quelle che non erano state capaci di un tale lavoro di protezione del proprio spazio interiore. Le osservava con un certo disprezzo, come ad accusarle di non aver compreso quanto sia difficile la vita nel tempo utile per correre ai ripari, per trovare un rimedio. Credendo la sua autodifesa una scelta ben ponderata, tenendo la propria natura nascosta, pretendeva dagli altri lo stesso scrificio di sensibilità e per questo motivo a volte feriva anche volontariamente, nell’altruistico tentativo di insegnare ai suoi simili quello che lui aveva imparato dalla terra, da quella terra che portava in grembo il nutrimento per la sua famiglia, ma donava il suo frutto d’amido al prezzo che lui ed il padre si spezzassero la schiena e si ferissero le mani. Come ogni uomo di paese che si rispetti riusciva a tracannare mezzo litro di birra in un sorso solo e quando cercava di moderarsi ci riusciva soltanto a patto di infilare tra un sorso e l’altro una intera sigaretta. Voleva smettere di fumare, voleva smettere di bere e ci aveva provato più volte, mi rivelò di volerci provare ancora, voleva chiudere con quella merda, ma io non gli credetti. E non perchè non lo volesse veramente, ma perché i suoi vizi erano troppi e sempre una misura avanti alla sua volontà. E quel male incurabile a trentatrè anni non migliorò la sua condizione già precaria. Lo conobbi in una sala d’aspetto di ospedale, in quell’aria nauseante di varichina e plastica bagnata, garanzia di igiene e soprattutto capace di coprire l’odore della morte, l’odore della paura, della disperazione e del pianto che sempre albergano in quelle corsie dai colori neutri. Se ne stava seduto con la carrozzina perfettamente allineata all’ultima sedia di plastica della fila accanto al muro, la sedia dov’ero seduto. “Pensa che fino ad un anno gli amici mi prendevano in giro perché quando ballavo ero estremamente scordinato! Pensa, queste stesse gambe se ne andavano da una parte e dell’altra a casaccio, come con vita prorpia, libere.” Mentre lo disse in uno sforzo quasi immane afferrò con entrambe le mani la gamba destra sopra il ginocchio e la sollevò di qualche centimetro solamente, quasi fosse stata la gamba di qualche altra persona o la gamba di una statua di piombo. La fece ricadere subito dopo. Io ero lì, come lui del resto, per fare delle analisi. Mi sentii inadeguato. Imbarazzato per un momento solo. “Andiamo” gli dissi. Mi alzai risoluto scivolai dietro alla sua carrozzina e lo spinsi lentamente lungo tutto il lungo corridoio che ci separava dalla porta scorrevole di entrata, una curva a detra ed una a sinistra, lentamente assaporando quel momento, lentamente chiedendomi perché stessi spingendo quella carrozzina e perché su quella carrozzina ci fosse seduto uno sconosciuto. Non trovai le risposte, ma l’aria fresca prese con sè quelle domande e le portò via. Descrivere il suo volto, il volto di quell’uomo nell’età di Cristo, poco più vecchio di me, ma anche più giovane, significa, lo capisco ora, descrivere una parte di me stesso. Significa raccontare ciò che avevamo in comune, ciò che ci avvicinava nonostante la grandissima distanza che separava le nostre vite fatte di mondi, persone e visioni differenti. Con una nota di scherno amorevole mi divertivo a chiamarlo barba, perché come me aveva una barba lunga ed incolta, molto più nera della mia. Portava i capelli lunghi, come i miei oggi. Devo forse confessare di averli fatti crescere nel tentativo di somigliarli, tentativo riuscito se non per gli occhiali che il barba non ha portato mai e la cui assenza gli permetteva quello che a me non è permesso e cioè di infilarsi le ciocche nere che gli cadevano sugli occhi dietro agli orecchi. Per miracolo quei capelli se ne stavano così, ordinati. La sua fronte era un mare in burrasca, la ricordo chiaramente. Alla sua età già si scorgevano le rughe della fatica, quelle del dubbio, quelle di colui che non ha trovato le risposte alle domande urgenti della vita e non avendole trovate semplicemente aveva un giorno deciso di serrarle in un baule e gettarle in mare aperto. Su quella fronte si portava adesso la preoccupazione che prima o poi qualcuno riportasse alla luce quel forziere di dubbi e questioni irrisolte.

...to be continued...

domenica 24 maggio 2009

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (Parte 3 di 3)

Si stupirono gli studenti, nel vederlo arrivare in ritardo e trafelato, alcuni minuti dopo i ritardatari. Ma non disse nulla, si sedette e per un attimo ebbe intenzione di riprendere il filo delle proprie lezioni. Non era dell’umore per le interrogazioni o forse non era dell’umore per insegnare la filosofia. Nella borsa, come incandescente, vibrava quella raccolta di poesie, la sfilò dall’interno senza dire nulla e lesse. Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Si fermò, sorrise. Non era ancora sera dopotutto, non era il caso di continuare. Lo prese però una gioia strana, guardò verso gli studenti attoniti che scomposti si giravano in avanti ed indietro verso i compagni, gettavano a lui una occhiata fugace nel bisbigliato silenzio che era calato a seguito di quell’azione senza significato apparente, temendo fosse un tranello, un altro tentativo di inserire un segno positivo o negativo vicino al nome di qualcuno. Il dottor Bazzoli, vedendoli così impacciati, scoppiò in una risata sonora, e la sua voce greve risuonò e rimbalzò tra le pareti della piccola aula al secondo piano dell’edificio. Scusate, disse, oggi è un giorno differente, ogni minuto scorre come nuovo, vive di una nuova luce. Mi rivolgo a voi come non avrei pensato. Ma adesso, arrivederci. E così detto stette in silenzio. Nel parapiglia generale, mentre alcuni ragazzi ridacchiavano, si picchiettavano le meningi con il dito indice, altri ancora stavano immobili ed i loro volti disegnavano un enorme punto interrogativo, che non avrebbe avuto risposta. Il dottore, così amava farsi chiamare, si alzò di scatto, come spinto da una molla posizionata sotto le natiche e a grandi falcate uscì dall’aula, poi dalla scuola e vagò, vagò per le vie euforico, emozionato, osservando gli uomini e le donne in strada, chiedendosi cosa diavolo gli stesse capitando, ma senza paura, come se il mondo avesse deciso naturalmente di svelargli il nuovo ed egli lo accogliesse senza riserve o dubbi. Stette per ore in un parco cittadino, sorridendo e guardando fiori ed alberi, come un bambino osservava i bambini, poi seduto su una panchina apriva la borsa di pelle scura, ne estraeva di tanto in tanto il libro di poesie, leggendo qualche verso. Dentro il suo cuore si apriva a mondi nuovi, sentiva, percepiva la fine del suo eterno inverno interiore e l’inizio di una fase nuova, senza possibilità di errore. Poteva percepire intensità emotive tali che il temette che il suo fragile petto avvizzito potesse spezzarsi nella pienezza di quella realtà; rischiò di perire di crepacuore così come un assetato nel deserto rischia di morire non di sete, ma d’acqua, nel berne in grande quantità dopo una lunga astinenza. In questo stato il dottore giunse al tramonto, ancora nel parco, e quando si sentì davvero sommerso da ciò che vedeva chiuse repentinamente gli occhi ed allora furono i suoni che lo invasero, ogni rumore anche impercettibile tuonava nelle sue orecchie come il rombo di un aereo, lo spezzarsi di un ramo, il rimbalzare di un pallone. Provò a premere le elici con gli indici, per tapparsi le orecchie, ma già i profumi lo assalivano, e li riconosceva tutti, tutti insieme eppure uno ad uno. Conosceva i loro nomi. Al fine si arrese, adagiò le mani sulle cosce e riaprì gli occhi nell’ultimo chiarore del giorno, mentre da dietro al cielo comparivano le stelle e il bagliore della luna non ancora sorta. La temperatura scese un poco, ma lui ebbe caldo, si tolse la giacca e rimase nel biancore della camicia indossata, sotto il biancore della notte, fino a quando verso le quattro del mattino, seduto ancora su quella panchina, iniziò a piovere. Bevve ogni istante di quella notte come un bicchiere di vino perfetto, gustandone le sfumature e l’armonia d’insieme, e con la pioggia iniziò, anch’egli a piangere a dirotto, come se tutta le immagini che si erano stratificate in quella giornata, dalla letizia mattutina al maremoto emotivo della sera, si rimescolassero, sottosopra, nel baule ricolmo di tesori dei suoi ricordi. Con le ultime forze che gli rimanevano, prima di essere sopraffatto, riaprì la raccolta di poesie ormai fradice e lesse, Ed è subito sera, queste parole solamente. Si sentì solo, si sentì sul cuore della terra e si sentì trafitto dal primo raggio di sole del mattino, ed anche se, diamine, era l’alba, in quel momento preciso tramontarono le sue facoltà mentali, il cuore prese il sopravvento e piangendo commosso si liberò da tutte le paure, da tutte le astrazioni, da tutti i limiti della mente umana. Si alzò in piedi, ma non era più lo stesso: se ne andava, mezzo storto, con le gambe un poco piegate, facendo attenzione ad ogni passo, storcendo i piedi verso l‘esterno in una innaturale rotazione della caviglia. Aveva le braccia proiettate in avanti ed in quella chiara mattinata di primavera le mani si erano trasformate in scandagli, simili alle antenne delle formiche. Sul volto del dottor Bazzoli albeggiava un sorriso a ventotto denti, quelli del giudizio soltanto mancavano all’appello: li aveva definitivamente persi durante la notte.

sabato 23 maggio 2009

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (Parte 2 di 3)

Come ogni mattina il dottor Bazzoli, nel giorno che precedette quello della sua follia apparente, si vestì di tutto punto, camicia e giacca scura, per dirigersi al lavoro. Insegnava la materia più delicata ed al contempo difficile del mondo, quella capace di prendere un sedicenne e farlo sprofondare in un depresso disagio esistenziale ed al contempo annoiare tutti i suoi compagni di banco lì attorno: la filosofia. Era un insegnante rigoroso, amava definirsi hegeliano e, a detta di qualcuno dei suoi alunni più maldicenti, amava considerare il suo mai appagato bisogno di smembrare ogni problema, razionalizzarlo ed incasellarlo, un naturale effetto della triplice ripartizione in tesi antitesi e sintesi così come fu definita dal grande filosofo. In effetti il suo metodo era ossessivamente minuzioso: per scelta aveva eliminato le valutazioni classiche eccessivamente grossolane, con la numerazione da zero a dieci, dall’inferno all’eccellenza, per sostituirle con un complesso sistema di segni positivi e negativi che ad ogni impressione, durante le interrogazioni, annotava su un suo certo quadernetto. Quindi, contando il numero di più e meno presenti vicino ad ogni nome, mediante qualche algoritmo ancora sconosciuto alla matematica moderna calcolava alla fine del quadrimestre le votazioni degli studenti, piegando all’ultimo la testa ai convenzionali numeri. Amava ritenersi acuto, acuto al punto da escogitare tutta una serie di trabocchetti per mettere nel sacco gli studenti impreparati durante le interrogazioni, domande subdole e poste in un linguaggio accademico dei tempi in cui aveva studiato, a cui gli interrogati balbettavano qualche magra risposta senza senso. Durante le spiegazioni, soppesava ogni parola con razionale inquadramento all’interno della frase, con attenzione alla sintassi, prendendosi delle pause silenziose e meditabonde tra una parola e l’altra, come una infinita serie di puntini di sospensione, mai stanchi di uscire in fila indiana dalla sua pensierosa testa fumante di filosofo a scuola. Ogni tanto, con una certa ironia che gustava da solo in una classe di ragazzi sonnacchiosi, nel bel mezzo di una spiegazione su Parmenide esclamava, Le finestre sono aperte, possiamo dirlo!, per poi dire una parolaccia qualsiasi, che nella sua mente contorta ma precisa vedeva passare tra le file di banchi di compensato, aleggiare ed indugiare un poco nell’aria per poi uscire libera rapita dal vento primaverile. Il dottor Bazzoli insomma era un uomo particolare, ma la sua particolarità, oltre ad essere un po’ noiosa per quegli studenti sfaccendati, non era poi di danno a nessuno, se non forse a quei pochi alunni che, se avessero avuto un oratore meno preciso e più vispo, avrebbero amato la filosofia come si ama una donna fascinosa e piena di mistero. E’ dal mattino che precedette il giorno della sua apparente follia che seguiremo i suoi passi, che poco a poco entreremo nelle sue ragioni, conoscendo già lo svolgersi dei fatti futuri. Questo anziano signore sulla sessantina si svegliò con una strana sensazione, come una allegrezza in corpo che non gli capitava da anni e forse non gli era mai capitata. Aprì la finestra della sua camera, spalancò gli scuri ed il sole di maggio gi accarezzò il volto, gentile. Sentiva i suoi pensieri come slegati, come se, poco a poco durante le prime azioni del mattino,  a quei soliti puntini di sospensione si sostituissero aggettivi, incisi e subordinate d’ogni tipo, come se il filo logico dei suoi pensieri stesse diventando d’un tratto, accade proprio ora sotto i nostri occhi invisibili, fluido snello ed agile, come quello di un Socrate ventenne. Durante la colazione insieme alle parole vennero a galla emozioni nuove, mai provate o almeno dimenticate. Sentiva una gioia cristallina crescere nel petto smagrito dalla sua vita solitaria. Conosceva le parole per descrivere quelle emozioni, eccole lì, già servite sul piatto della sua mente nel giro di qualche secondo e conoscendo le parole poteva discernere poco a poco sentimenti via via più raffinati, come filtrati da un lessico più completo. La tristezza non era malinconia, la malinconia non era sofferenza, v’era più poesia. La poesia che non aveva amato mai in tutta una vita gli parve degna di pregio. Senza riferimenti in particolare, la poesia tutta, tutti i poeti nel loro sforzo sovraumano di ricondurre in parole le sfumature dei mondi visibili e invisibili che albergano dentro i confini di ciò che definiamo per semplicità essere umano. Mosse qualche passo fino allo studio, dove tra gli scaffali, i manuali, i commenti alle opere dei grandi filosofi, cercò un libricino di quel poeta italiano, di cui gli sfuggiva il nome. Non lo trovò. Fa niente, pensò, farò un salto in libreria a comperare un nuovo compagno a tutto questo spremersi di meningi che ho accumulato qui. Uscì di casa leggero ed in strada si sentì libero, al punto che accennò un breve passo di danza, prima di ricordarsi il suo nome ed il suo ruolo di professore, che gli fecero riprendere la cadenzata camminata canonica, lasciando però trasparire una eleganza nuova. Guardò in alto ad osservare il cielo e camminò un poco con il collo reclinato all’indietro, come fosse ad un passo dal perdere l’equilibrio e cadere a terra. Vedeva in quell’azzurro una strana solidità, come una presenza materiale più pronunciata. Alcune nuvole che si stavano allontanando all’orizzonte gli parvero di un biancore brillante, nuovo, ne osservò le forme con rinnovato entusiasmo come fossero statue itineranti immense che a breve sarebbero sparite dalla vista, forse cadendo a terra, forse disperdendosi in vapore: andavano osservate nei dettagli e nell’insieme, prima che mutassero per sempre. Forse per il bel sole che incideva a terra ombre nette, la realtà tutta gli parve più ricca. Mi sembra quasi di poter distinguere i mattoni con cui è costruita la realtà, pensò per un attimo e poi, Che sciocchezza!, ma sorrise. Si gettò in libreria una decina di minuti prima del lavoro e, tamburellando un ritmo sconosciuto con indice e medio sulla coscia, si diresse verso i libri di poesia. Ecco, sfilò dalla mensola una raccolta di poesie di Quasimodo, pagò di fretta e letteralmente corse al lavoro. 

venerdì 22 maggio 2009

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (Parte 1 di 3)

Pazzo. Pazzo, dicevano già le voci malevole mentre passava. Quel giorno effettivamente il dottor Bazzoli non appariva, almeno agli occhi dei suoi concittadini, nella sua veste migliore. Se ne andava, mezzo storto, con le gambe un poco piegate, facendo attenzione ad ogni passo, storcendo i piedi verso l‘esterno in una innaturale rotazione della caviglia. Aveva le braccia proiettate in avanti ed in quella tarda mattinata di primavera le mani si erano trasformate in scandagli, simili alle antenne delle formiche. Ogni tanto ne richiudeva una, la portava vicino al volto e la riapriva lentamente, con cura e premura. La osservava con estrema attenzione, con dedizione completa, mentre le dita si schiudevano una ad una: prima il pollice si separava dalle altre quattro dita, poi l’indice ed il medio, aprendo piano il palmo fino a distenderlo completamente. Il sole batteva sulla sua pelle anziana ed il dottor Bazzoli se ne stava lì, in un mondo tutto suo, ad osservare l’aria afferrata di recente, come se avesse un significato tutto nuovo e degno d’interesse. Chi tra i presenti provò ad avvicinarlo, a pochi passi dalla meta rinunciò all’intento, notando l’espressione del suo volto gioiosa, notando il grande sorriso che si allargava conquistando lo spazio dove prima v’erano, quasi sempre immobili, le sue guancie sbiadite e glabre. Guardandolo negli occhi era chiaro ai più che qualcosa quel giorno s’era rotto nella testa del dottore e che non sarebbe stata sufficiente una ordinaria prescrizione medica per far rinsavire il poveretto: le pupille erano infatti estremamente dilatate, l’iride marrone era come caduta dentro quei buchi neri e ne rimaneva solamente una corona assottigliata, un cerchio castano che cingeva l’oscurità come un fossato. Dai condotti lacrimali sgorgava copioso un pianto che scendeva giù a goccioloni, a fiumi, inondando le guance e quella smorfia di sorriso tanto pronunciata, fino al mento ed ancora giù, per cozzare, irrimediabilmente assorbite, sulla camicia bianca che aveva indossato nella meccanicità del mattino del giorno precedente. La cittadina dove il dottor Bazzoli viveva era uno di quei gioielli  architettonici fioriti durante il rinascimento italiano e, oltre ai monumenti, alle chiese, agli affreschi ed ai musei, a testimoniarlo vi era soprattutto un grande flusso di turisti di ogni genere, trasportati comodamente, particolare nient’affatto trascurabile per gli eventi che sarebbero accaduti di lì a poco, su calessi trainati da stanchi cavalli, a cui, per il rispetto del cittadino decoro, era stato vietato il più naturale dei diritti, e cioè quello di alzare la coda e espletare le proprie necessità fisiologiche in santa pace. Questi cavalli avevano dei sacchi, legati con qualche laccio misterioso alle natiche, a raccogliere le erbacee feci puzzolenti e così trainavano il calesse, peso della proprio sterco e turisti compreso. D’altra parte, se ci è permessa una riflessione, quella era una città di grande cultura e pregio artistico e l’uomo ama i cavalli ed i giri in calesse solo fino a quando non gli insozzano il selciato, fino a quando la civiltà non perde la sua pudica e morale rispettabilità. Le feci, per quanto siano per ognuno una realtà quotidiana, rimangono per tutti sgradevoli e private. Ecco un calesse con a bordo una intera famiglia, a giudicare dai berretti e dalle macchine fotografiche provenienti dall’Asia lontana o da un altro pianeta, che si fermò di colpo, proprio a pochi metri dal nostro eroe che, non dimentichiamolo, se ne andava per le vie della sua città fuori di senno. I cavalli affaticati battevano la fiacca ed il cocchiere li incitava com’è solito avvenga nelle città d’arte, con un frustino ed una valanga di improperi d’ogni genere. Uno dei cavalli in particolare, quello di destra, sembrava non volersi muovere di un solo passo ed il cocchiere nuovamente a convincerlo ad insulti e frustate. Il dottor Bazzoli per un istante guardò stupito la scena, come stupido ma soltanto stupito, per poi andare incontro alla bestia con i suoi premurosi passi storti, con gli occhi pieni di lacrime e quel sorriso stravagante. Il cavallo nitriva di dolore ed ecco che egli si avvicinò fino a sentire l’odore del pelo bagnato, allungò con calma le braccia e, sempre masticando l’aria con le mani, strinse il collo dell’animale in un lungo, tenero, amorevole, dolce e compassionevole abbraccio. Se lo strinse a sé come in gioventù aveva stretto qualche ragazza per cui aveva perso la testa, con affetto ed intimità. Appoggiò poi la guancia al pelo marrone e bianco e scoppiò poi in un pianto nuovo, questa volta smodato e rumoroso, come un lamento carico di sofferenza. Gli asiatici stupiti fecero decine di fotografie. Fotografarono quello sconosciuto abbracciato al cavallo, fotografarono i passanti che finalmente si decisero ad afferrare il dottore, strappandolo dal collo del nuovo inseparabile compagno, fotografarono gli uomini in bianco giunti dopo alcuni minuti sul posto e con gli ultimi scatti rubarono un ricordo di quando l’uomo ormai legato ad una barella veniva portato via su una piccola ambulanza. Pare che in queste foto, sullo sfondo, si notasse un importante monumento cittadino, a cui la famiglia non fece stranamente caso riguardando a posteriori quelle foto del viaggio in Italia. Misteri del turismo che a noi cittadini ordinari non è dato di comprendere. Nel frattempo il dottor Bazzoli era stato portato al più vicino ospedale psichiatrico per degli accertamenti ed ulteriori esami. Anche immobile sul lettino, il sorriso stravagante rimaneva dipinto sul suo volto, così come le lacrime continuavano senza pausa a comparire agli angoli degli occhi, come se qualcuno dall’interno stesse spremendo i bulbi come limoni maturi. Quel che accadde in seguito non è dato di sapere.

mercoledì 13 maggio 2009

La scomparsa mattutina di Adam Smith (Parte 3 di 3)

Le seguenti parole comparvero sulla carta .

Le frontiere non esistono. Le frontiere non sono altro che la xenofoba risposta alla paura umana per la sconfinata immensità e vastità dell’esistenza. Le frontiere sono confini stabiliti arbitrariamente dalla nostra mente, incapace di accettare l’estrema interconnessione delle cose. Amavo definirmi me stesso ed ero solito indicare l’altro. Ma ora nulla è rimasto, non Io, non Tu, non il diverso. Niente interno ed esterno, niente paura. Non v’è necessità alcuna di superare le frontiere per colui che semplicemente comprende, è e vive in tutte le cose, in ogni luogo. Il cielo ha bevuto la clessidra del tempo, quest’attimo è eterno, senza inizio e senza fine. Chiedete all’arcobaleno il confine che separa i suoi colori e quello riderà di voi. Chiedete alla Terra dove finisca la sua pelle d’aria e dove inizi l’universo e quella riderà di voi. Domandate all’Oceano di elencarvi i suoi mari e quello risponderà solamente acqua. Le frontiere sono la prigione che costruiamo per il nostro spirito, per poterlo trattenere, per poterlo osservare e dire esisto. Più l’uomo è debole e piccolo, più le frontiere dentro cui si barrica sono ristrette e vincolanti. Ho visto recinzioni innalzate con la scusa di proteggersi, innalzate a servizio della propria vita, del proprio benessere. Sono le frontiere dell’odio. Ho visto frontiere invisibili, fatte di opinioni che sbattono l’una contro l’altra senza volontà di capirsi, senza volontà di andare oltre le differenze. Ho visto uomini chiamarsi per nome e dire Io sono il mio Nome. Ho visto uomini dire Io, senza permettere all’altro di arrogarsi lo stesso identico diritto. Di tutte le frontiere sono ormai stanco, di tutti i diversi che non esistono, che sono il ritratto della nostra sofferenza. Annullerò il grande confine. Mi sciolgo adesso, lascio queste parole come un gesto dovuto, come un dono a coloro i quali vorranno superarsi. Ho riscoperto me stesso.

Quindi, deposta la penna sul foglio, quel che rimaneva dello scrittore Adam Smith andò a coricarsi: quelle membra rotte si distesero sul giaciglio d’ogni giorno. Lentamente si sciolse il nodo della garza al polso destro. Il sangue iniziò a defluire piano, pigramente. Attese. Attese quella che noi chiamiamo morte e che per lui fu solamente un’altra frontiera, la frontiera ultima. La paura viscerale dell’uomo. Erano le dieci e quindici quando superò quella soglia, ancora una volta, come nei suoi racconti, oltre lo spavento supremo. Ma dentro, mentre si addormentava, sentì solamente un alito di vento fresco e un sibilo, il suo ultimo espiro. Chiuse gli occhi. Perse di vista la realtà, così come quel mattino l’aveva riscoperta, con un sorriso accennato sulle labbra.

The End

martedì 12 maggio 2009

La scomparsa mattutina di Adam Smith (Parte 2 di 3)

Gettò lontano il quaderno, come ustionante, in un moto di disgusto profondo: ma era, ormai, troppo tardi. Ripensò agli attimi precedenti a quel gesto e non vi scorse che vuoto, vuoto nella giornata precedente, vuoto nei suoi ricordi passati, vuoto nei suoi sentimenti, vuoto come un’anfora vuota, senza confusione senza più sofferenza o spavento, vuoto come se la sua esistenza si fosse rotta, come se i confini definiti che rappresentavano Adam Smith fossero caduti, capitolati come una roccaforte assediata. Scomparsa era la sua personalità. Non vedeva nemmeno i cocci rotti di se stesso, non vedeva o sentiva più nulla, guardò con dubbioso sospetto il quaderno scaraventato a terra, alcuni fogli sparsi sul pavimento, come se dovessero significare qualcosa: qualcosa che non ricordava. 
Con metodo, come un esperto chirurgo, riprese il filo delle proprie azioni, con una naturalezza che non si poneva domande e non esigeva risposte. Quell’uomo che una volta era Adam Smith si alzò dalla poltrona e si diresse verso il bagno, sostò immobile un istante davanti allo specchio. Guardò la propria forma riflessa. Infilò i polpastrelli dell’indice e del dito medio dietro quella superficie fredda ed aprì l’anta dall’armadietto che vi era nascosto dietro. Prese una garza ed una lametta da rasoio. Richiuse l’anta e guardò nuovamente: il vetro dello specchio si era silenziosamente fratturato e la sua immagine, la sua persona, giaceva adagiata su quella superficie come un ritratto cubista, spezzata da una ferita che partiva dalla fronte, scendendo giù come una cicatrice mal chiusa, fino al mento. Non sentì alcun fastidio. Le sue azioni erano essenziali, compiute con semplicità: non vi era un fine o traguardo da raggiungere, solamente movimenti nitidi e chiari. Ritornò al tavolo dove lavorava e prese il calamaio dal cassetto: la stilografica era il vanesio piacere della sua vita passata. Tenendo la lametta stretta tra pollice ed indice della mano sinistra, si incise un lungo solco di dolore sul polso destro, da cui sgorgò un fiotto di sangue scuro e denso. Lasciò cadere la lametta che tintinnò sul tavolo e indirizzò quel rivolo venoso d’inchiostro rosso nel calamaio. Poi si fasciò la ferita avvolgendola saldamente nella garza. Stette in silenzio. Prese un foglio di carta bianca. Con naturalezza, come se l’avesse sempre saputo fare, impugnò la penna nella mano sinistra, bagnò il pennino nella propria emoglobina e scrisse, da destra verso sinistra, rivolgendo le lettere contro la loro naturale direzione, contro quello che era il normale svolgersi dei suoi pensieri precedenti. Gli angoli della sua bocca sottile s’incresparono in un mezzo sorriso.

...to be continued.

lunedì 11 maggio 2009

La scomparsa mattutina di Adam Smith (Parte 1 di 3)

Adam Smith si svegliò. Sentì il cuore battere, nuovamente. Aprì gli occhi: la realtà. Sentì un sibilare incessante, come di serpente, in sottofondo e se ne accorse solamente un istante in ritardo: era il suo respiro. Mentre conquistava la posizione eretta, s’inorgoglì pensando a quanti milioni di anni furono necessari all’uomo per trasformarsi in erectus. A lui furono sufficienti alcuni secondi ed eccolo in piedi. Lontano dai suoi dissimili antenati. Si sentiva assonnato e intontito eppure quel misterioso marchingegno, fatto di ruote meccaniche e neuroni che era il suo cervello, era già in moto, alla ricerca del giorno precedente, alla ricerca di un soggetto che riempisse la mattina. Scioccamente. Poi si fermò, un istante solo, folgorato da una seconda sveglia: un suono nitido e preciso: un lungo rintocco elegante svuotò per un attimo l’anfora già gremita dei suoi pensieri e rimase a mezz’aria, mezzo vuoto; emerse una domanda. “Chi sei?” Non si rispose. Guardò l’orologio. Erano le sette e quarantacinque ed avrebbe dovuto iniziare a scrivere. Magari a scrivere di se stesso, quel vizio di vanità dello scrittore che ama riprendere il filo logico dei propri pensieri e tramutarli in qualcosa di altro, guardarli dall’esterno, osservarli e compiacersi della loro eleganza, della loro ormai irrevocabile struttura. Magari un racconto di paura e spavento. Si avvicinò alla scrivania. Una sorta di repulsione a livello dello stomaco, una nausea da mare grosso del colore del vino lo fece naufragare sulla poltrona lì di fianco. Provava una certa difficoltà, da qualche tempo. Non una difficoltà insormontabile, eppure una difficoltà che andava crescendo con il passare dei giorni, che rallentava le sue parole, anestetizzava la penna, allontanava la punteggiatura. Grandi spazi, pagine bianche, rimanevano clamorosamente incompiute sul suo quaderno, come se le parole nei suoi racconti fossero diventate invisibili, senza sostanza, come se fossero fuggite lontano, dentro lo spessore della carta. Per questo lo colse la nausea: non era affatto curioso di voler riaprire quel quaderno e vedere quali delle parole di ieri erano ancora scritte e quali erano invece scomparse, sparite. Si chiese ancora una volta, incapace di darsi risposta, se fosse il caso anche quella mattina di cercare tra le pagine quello che era rimasto dei suoi scritti del giorno precedente. Fece questo pensiero e la nausea lo riprese. “Che diavolo” pensò “sono solamente i miei diari”. Eppure le sue braccia tremavano di un fremito debole, senza forza. Quella mattina si sentiva diverso, percepiva un cielo presago, scuro di nubi nella volta celeste della sua memoria e quella domanda senza risposta “chi sei?” che affiorò ancora una volta alla superficie dei suoi pensieri. Risoluto andò alla scrivania, strappò al tavolo le sue carte e ritornò a sedersi. Sussurrò a se stesso “non lo fare” ed invece andò contro il proprio buon senso, istinto animale di conservazione: di scatto conficcò i pollici tra due pagine, nel mezzo dell’agenda e l’aprì con violenza, come se avesse dosato malamente la forza necessaria per quel gesto ed invece che aprire un quaderno stesse spaccando in parti eguali una pietra. Udì un bisbiglio provenire dalla carta, come una formula magica pronunciata a bassa voce: vide l’inchiostro emergere dalla sua sede, allontanarsi dalla pagina, piegarsi prima in fili di fumo blu e perdersi poi in una nuvola disomogenea. “Chi sei?” A caratteri enormi, rimanevano incise ossessive, oscene queste sei lettere. 

...to be continued.

sabato 7 febbraio 2009

Avvenne così, di punto in bianco, come schiacciando l'interruttore della luce: a tutti, in tutto il mondo, passò la voglia di scopare. In primis ognuno pensò fosse un problema personale. Molti provarono con la masturbazione, ma niente. Ognuno era almeno felice di vedere che anche i partner non erano troppo desiderosi di avere rapporti e le donne non dovettero inventare una nuova forma di meningite serale contagiosa e diffusissima. Gli uomini, vedendoselo un po' smortarello tra le gambe, diedero la colpa alle proprie compagne. Quelli che non avevano compagne notarono la differenza camminando per strada: niente più visioni seducenti ed erotiche in panetteria, niente pensieri di sesso selvaggio in luoghi improbabili con le sconosciute in coda al supermercato. In verità, anche quelli che avevano una compagna lo notarono per strada, ma diedero comunque la colpa alla propria lei. Tutti si convinsero, senza parlarne l'uno con l'altro, di avere un serio problema, e quindi ancor più cercarono la relazione capace di farli emozionare, di far ritrovare loro il piacere del sesso. Niente. I bordelli chiusero poco dopo, insieme agli studi televisivi. Le puttane sulle strade iniziarono a protestare ed indissero una giornata di lavoro gratuito per cercare di invogliare il cliente. Nessuno si presentò. Anche gli gigolo si ritrovarono in difficoltà: non sapevano che diavolo farsene di ore di palestra e massaggi, se questo non era sufficiente ad attirare il gentil sesso. Da parte sua il gentil sesso ormai se ne fregava e le donne iniziarono a pensare seriamente che l'apparenza non era poi fondamentale e che anche se erano brutte o grasse o fuori posto e non truccate, in fondo andava bene così. Era più comodo e si stava meglio.  Chiusero le palestre e molti ex-forzuti dal cervello minuscolo scoprirono una vera e genuina passione per gli scacchi. Mister muscolo 2008 divenne nel 2010 campione mondiale di scacchi ed in seguito alla vittoria al meglio di dodici partite, di cui sette vinte e due patte, rilasciò una intervista in cui esprimeva la gratitudine nei confronti del miracolo accaduto l'otto febbraio dell'anno precedente, quando perse la voglia di scopare. L'intervistatore ammutolì. Il microfono si allontanò per un attimo dalla bocca per poi riavvicinarsi ed ammettere: anch'io provo lo stesso, dal quello stesso giorno!

Fu la rivoluzione della castità. Tutti quelli che videro l'intervista corsero per strada, in tutte le lingue ammisero finalmente, si cavarono quel peso dallo stomaco, urlandolo a squarciagola: non mi interessa il sesso! Non ricordo più cosa sia! Tutti vollero esporsi a quel punto. Nacquero comitati, i giornali non parlavano d'altro. Vennero fatti degli studi sui maschi che ancora sostenevano di avere ottime prestazioni, ma su cento al mondo che se ne trovarono, si scoprì che ottantasei mentivano spudoratamente e gli altri quattordici soffrivano di una malattia di erezione continua detta "priapismo" e pregarono di essere curati al più presto. Vi furono delle donne che sostenevano a gran voce di aver ricevuto il dono prima del fatidico giorno del febbraio duemilaenove, ma tutte le altre ridacchiarono tra loro, ritornando per un poco al pettegolezzo.

Da quell'anno in poi la società e la cultura umana fiorirono, l'arte e l'anima furono le principali occupazioni di ogni uomo e donna, tutti ricercarono la propria vera passione e la trovarono. Gli interrogativi sulla vita erano all'ordine del giorno, soprattutto perché l'interesse alla filiazione era calato più che drasticamente e si temeva la fine della razza umana.

L'estinzione avvenne un secolo dopo, quando morirono, abbracciati, l'ultimo uomo e l'ultima donna. Subito dopo qualcuno riaccese l'interruttore, ma essendo tutti morti nessuno se ne accorse. I conigli, forti delle loro abitudini, erano ormai i padroni indisturbati del globo.

martedì 13 gennaio 2009

Un giorno il monaco Vetta-che-Ride scese dall'alta montagna dove  si era ritirato per lungo tempo e, sentendo il bisogno trovare ristoro per le membra, avendo per lungo tempo mangiato solamente bacche e radici, con un sorriso si diresse verso la locanda del paese più vicino. Si sedette su uno sgabello basso di legno ed appoggiò le braccia esili sul tavolaccio massiccio e sporco. Il locale sembrava promettere un pasto lauto e quando la pietanza giunse,  portata per lui dal cuoco in persona, il monaco notò come i tratti di quello fossero crespi di una certa gioia e che delle piccole rughe si erano formate su quel volto di uomo alle stremità degli occhi, quasi volesse gioire per il piatto cucinato. Il monaco prese il cucchiaio di legno e mentre stava per portare alla bocca il primo agognato boccone accadde qualcosa che fece sussultare il suo animo quieto: dal tavolo vicino un altro avventore grosso e barbuto batté il pugno pesante sul tavolo che risuonò con un tonfo sordo. Vedendo il cuoco disse: "E che pietanza sarebbe mai questa? Non è di certo un piatto delle nostre parti! Phua! Carne e riso assieme!" e con fare arrogante ed una manata veloce diede un colpo al piatto con l'avambraccio e quello cadde a terra e si ruppe. Il cuoco non disse nulla e spari nelle cucine, ma Vetta-che-Ride vide scomparire dal suo volto quell'espressione gioiosa. In quel momento entrò un viaggiatore che sembrava aver percorso moltissimi li [unità di misura di lunghezza in uso nell'antica Cina, nda] e toltosi il mantello disse ad alta voce: "Avete forse una zuppa con il cavolo in questa locanda? Sono mesi che cerco in questa terra una zuppa col cavolo simile a quella della mia gente!" Un garzone disse: "In questa locanda serviamo solamente riso e carne, viaggiatore venuto da lontano." Ma quello aveva già infilato nuovamente il mantello ed a testa bassa uscì alla ricerca della sua zuppa con il cavolo. Vetta-che-Ride, sentendo finalmente giunto il momento di assaggiare quella pietanza agognata da molti mesi e temendo che il piatto di riso e carne si freddasse nell'attesa, portò con decisione il cucchiaio alla bocca. Già sentiva qualche chicco di riso sfiorargli il palato ed il sugo della carne gocciolare sulla lingua, quando da un altro tavolo un uomo con fare raffinato sibilò: "Psssst! Io l'ho assaggiato sa! M'è bastato un boccone per capire e capire a fondo! Il riso è scotto e la carne troppo cruda." Il monaco non disse nulla, ma volle esagerare un poco i suoi gesti mentre sfilava compiaciuto il cucchiaio dalla bocca. Quando le papille gustative assaporarono quella pietanza fu un momento di grande gioia, non ricordava nemmeno l'ultima volta che aveva assaporato qualcosa di così saporito. Finì il piatto di riso e carne in breve tempo, si alzo contento e satollo e si diresse verso il bancone per pagare. Estratta la sacca di cuoio dove teneva i pochi spiccioli udì, da dietro le sue spalle, la voce del cuoco che disse: "Per coloro che sanno apprezzare la mia cucina, il pasto è offerto!" Vetta-che-Ride si girò piano e disse: "Non rammaricarti, cuoco, se la tua ricetta non piace agli uomini del paese! Tutti quanti loro infatti, non hanno fame! Torneranno a tempo debito, quando capiranno che le loro zuppe ed i loro piatti sono simili alle radici di cui mi sono cibato sulle montagne!"

domenica 30 novembre 2008

Sei personaggi in cerca d'autore. Cosa diavolo facevamo, chiusi in casa a digerire un pasto abbondante bevendo un bicchierino di grappa alle gemme di mugo. Fuori la neve copriva imparziale il bosco, le case e la strada; faceva freddo e tirava un vento antipatico, capace di ferire il viso ad ogni fiocco. Alle due del mattino, nella notte nera e bianca alla luce intermittente dei lampioni, eravamo sei puntini affaticati ed emozionati. Volevo solamente rotolare, sbandare, cadere, tuffarmi e nuotare, galleggiare e sprofondare in quel mare gelido che il cielo offriva generoso in dono. Non m'importava dell'oggi, nè del domani: vi sono stati momenti per cui l'unica cosa veramente fondamentale era riuscire a far rotolare una palla del diametro di un metro e mezzo ancora per qualche metro. Ho messo tutta la mia forza e gran parte del mio impeto per spingere, solamente spingere quella massa nevosa, all'unico scopo di spingere, solamente spingere ancora per un po'. Nessun reale obiettivo, tranne quello di rimanere bambino ancora per qualche istante. E poi il freddo ed il bagnato, che lentamente penetrano strato dopo strato fino alla pelle, quel momento in cui avresti preferito rimanere al caldo della stufa e che passa tanto rapido quanto intenso, subito sostituito da una ulteriore idea balorda, una slittata improbabile nella neve fresca, il desiderio di sotterrare qualcuno, un tuffo ad angelo per lasciare la propria orma sul pianeta.

Solo il cielo era testimone di quella gioia notturna; il cielo e quei piccoli esseri che rotolavano, sbandavano, cadevano, si tuffavano e nuotavano, galleggiavano e sprofondavano verso qualche altro attimo di felicità invernale. Forse oggi sono tremendamente stanco, ma nella notte abbracciavo un pupazzo alto due metri e trenta ed era tutto ciò di cui c'era bisogno.

giovedì 30 ottobre 2008

la sveglia suona alle sette in punto. titiditiii titiditii apro gli occhi e subito li richiudo...molteplici pensieri si affollano nella mia mente come persone in coda per un biglietto alla stazione. si spingono e si confondono. chiudo gli occhi. riapro gli occhi e guardo l'orologio...ore otto e quindici secondi, dovevo essere al lavoro qualche istante fa. wake up. mi serve un paio di calzoni, di calzini, che felpa metto? calda, comoda, faccio lo zaino, sento voci in cucina: esco dalla stanza. Luciano fuma una sigaretta mentre si prepara un tè, è più sveglio del solito stamane. ci salutiamo. cric crac sento dei rumori dietro in corridoio, mi volto di scatto ed una donna di circa cinquant'anni mi sorride e dice "salve" "salve?" boh, rispondo incerto. è in camera di aldo. rincorro luciano in camera sua, oltre il salotto. "luciano ma chi è quella signora?" "pulisce la camera di aldo" "ma dovaldo" "aldo è andato via la settimana scorsa, ha avuto problemi con il permesso di soggiorno ed è dovuto tornare in albania". non me ne sono accorto, ci rimango male. non l'ho salutato, lui era sempre chiuso in camera oppure dalla sua ragazza a bolzano. che farà in albania adesso? strano strano strano e dietro quella signora pulisce la stanza che non avevo mai visto, la stanza spoglia che era di aldo che è tornato in albania. uffa. scendo le scale e fuori il sole squarcia brillante il cielo mattutino dopo la pioggia di ieri. ci sono nuvole pesantissime in cielo, grandi come navi da crociera e gonfie come mongolfiere. il bondone illuminato si riempe dei colori dell'autunno. accidenti. tira un vento forte ed antipatico. mi rinchiudo nel cappuccio. dovevo essere al lavoro quindici minuti fa e aldo è in albania ed è una bella giornata dopo la pioggia. dovrei scrivere di tutto questo, dovrei farlo.

giovedì 2 ottobre 2008

Una delle idee più bislacche che ebbi in vita fu quella di cercare di convincere il mio cane, un husky dal manto lucido, al suicidio. Fu  un' operazione molto complessa, poiché il mio husky amava davvero la vita. Tuttavia non me la sentivo più di portarlo fuori a correre nei campi, avevo voglia di prendermi una lunga vacanza ed il canile non si addiceva al suo spirito libero. Non volevo darlo in pasto a qualche "amico dei quattrozampe", che lo avrebbe ridotto in un salotto. Così iniziai a spiegargli, durante la passeggiata delle sei, le teorie schopenaueriane del pessimismo cosmico. La sera uscivo in giardino per leggere ad alta voce una poesia del Leopardi, oppure qualche verso degli scapigliati. Gli piacque in particolar modo il "Canto notturno di un pastore errante dell'asia", si sentiva come quelle pecore, con una qualche consapevolezza in più. Poco a poco smise di mangiare, soprattutto perché mi ostinavo a rifilargli quei croccantini ricchi di tutte le vitamine e poveri di sapore: iniziò a vergognarsi per il suo alito mefitico. Per il suo settimo compleanno gli regalai "La nausea" di Sartre e così tutto per lui prese quella dimensione di orrida fisicità, di pesantezza, come se la natura fosse diventata una nemica invadente. Durante la passeggiata se ne stava con la testa bassa, abbaiava in modo spento, come un bofonchiare fiacco; preferiva di gran lunga stare a casa. Era davvero terribile vederlo in quello stato, mogio, senza voglia di vivere. Fortunatamente nessuno gli consigliò di leggere Nietzsche ed un giorno lo trovai in cucina, morto dissanguato. Non me ne ero accorto, ma da qualche mese camminava in modo accorto, tenendo le unghie ben lontane dal selciato e quelle iniziarono a crescere, fino a quando non furono lunghe abbastanza per permettergli di recidersi le vene della zampa. Una storia triste.

Poi partii per la Sardegna; due settimane di puro relax.

domenica 28 settembre 2008

Eravamo giovani, dopotutto. Eravamo quattro. Ricordo che quella volta bevemmo parecchio e verso mezzanotte eravamo ubriachi e contenti. E giovani. Non sapevamo come le nostre vite si sarebbero sviluppate, come ci saremmo separati a breve, ognuno per la sua strada differente, per ritrovarsi solo di tanto in tanto per una rimpatriata, cercando di scimmiottare i vecchi motivi che ci tenevano legati, quelle battute ormai datate che però facevano ancora sorridere. Nick era tra noi quello meno esperto nel bere, tanto che Jack organizzò una vera congiura contro di lui, e noi tre anche, comperando di nascosto una bottiglia di rum che gli mostrammo quando ormai era troppo brillo per rifiutare un altro bicchiere. La scolammo velocemente con equità, un quarto a testa. Stavamo seduti attorno al tavolo in legno massiccio di una baita di montagna ed io ancora non fumavo. Fumare, a quel tempo, faceva ancora male alla salute. Poi uscimmo senza una ragione precisa e nella notte stordita camminammo un poco a bordo della strada statale che passava ripida lì vicino, senza una vera ragione o meta ma con la sola idea di protrarre più a lungo possibile quelle ore senza pensieri e ricordi fumosi. Frankie ebbe quella che poi definimmo all'unanimità una "sbronza premurosa" poiché non faceva altro che continuare a ripeterci incessantemente di prestare attenzione e camminare al di fuori della linea bianca a bordostrada. Temeva che qualcuno di noi fosse investito da una qualche auto immaginaria che non sarebbe mai passata a quell'ora della notte, su quella sperduta strada statale di montagna. Noi per contro camminavamo al centro della carreggiata, con una soddisfazione sottile, come se stessimo riprendendo potere su un terreno dove, durante il giorno, era pericoloso avventurarsi. Forse cercavamo di infrangere qualche regola semplice, per sentirci liberi. Liberi di camminare al centro della carreggiata. Poi prendemmo un sentiero che saliva verso le piste da sci, dove l'erba estiva iniziava a inumidirsi nelle prime ore di un mattino di maggio. Ci sedemmo sul prato e in quel momento Nick ebbe un crollo emotivo. Come se quell'atto di rannicchiarsi a terra avesse fiaccato le sue difese interiori e l'alcool avesse strappato dal suo cuore emozioni che credeva di aver dimenticato: pianse ricordando un amore andato male, ricordando dentro di sè, silenziosamente, i particolari di quella donna fresca e dagli occhi vispi ed azzurri che lo aveva preso, innamorato ed abbandonato nel giro di pochi giorni.  Lui amava innamorarsi e quindi si era gettato su quegli occhi con la forza e lo slancio di un parigino disperso sulle Prealpi. Tentai di consolarlo, ma sapevo che una buona dormita avrebbe fatto più di tutte le parole che la mia bocca, impastata e disarticolata,  potesse in quel momento pronunciare. Gli strinsi un braccio attorno alle spalle. Dopo poco tornammo tutti assieme dentro casa ed il letto ci aiutò a dimenticare le nostre risa e sostituì alla sensazione di leggerezza un pesante mal di testa mattutino. Nella notte Nick, che dormiva accanto a me, si alzò più volte per andare a vomitare. Era debole di stomaco e vomitava spesso in primavera e spesso anche quando si innamorava e spesso e soprattutto quando beveva. Tra noi era quello meno esperto nel bere, ma mentre piangeva, quella notte sulle pendici del Bondone, gli volemmo tutti un gran bene.

martedì 23 settembre 2008

Nick Adams era seduto in treno verso casa: stranamente un treno lussoso. Aveva sete. Fuori i campi di granoturco intervallavano a singhiozzo le fabbriche dell'Interland milanese. Aveva sonno; bere il pomeriggio non è mai una buona idea, soprattutto se ti attendono le rotaie e l'attesa e tutto il tempo per sciogliere l'euforia d'una festa in un bicchiere di monotonia. Si addormentò per qualche minuto, fino a quando l'addetto alle bibite non urtò con il carrello delle bevande il suo ginocchio destro che nel sonno aveva preso troppo spazio sul corridoio centrale. Quell'invasione di campo era sgradita ed il carrello delle bevande aveva pensato da sé ad impartire una lezione alla sua gamba invadente. Di fronte un uomo di circa settant'anni compilava in modo meticoloso una piccola agendina con una penna stilografica ad inchiostro nero, la cui punta molto larga lasciava sulle pagine delle spesse striscie di china che ad ogni curva diventavano più sottili, per allargarsi di nuovo come nastri attorcigliati verso altre lettere, verso altre frasi. Evidenziava le note importanti con un pennarello rosso, perché, come aveva detto a Nick, tutto fosse in ordine e meticolosamente definito. Non sapeva che stava per morire e nemmeno Nick lo sapeva. Sentirono solamente uno stridere di ferraglia e come un suono di diecimila gessetti su altrettante lavagne che tutti assieme gridavano di un dolore rauco. Quell'urlo lancinante di rotaie ferite sulla curva secca del ponte sul Mincio, vicino a Peschiera, era tutto il vano sforzo del vagone di mantenersi in velocità sulla strada ferrata, di non lasciarsi sedurre e portare lontano dalla forza centrifuga che a tutti i costi cercava di tuffare il treno nel fiume sottostante. Poi solo silenzio e quella sensazione di rimescolio delle budella che in un primo, brevissimo e sciocco secondo Nick aveva ricondotto a quel Long Island di troppo, bevuto in compagnia a Milano poche ore prima. Prima del tonfo sordo l'uomo sulla settantina di fronte a lui richiuse l'agenda e le scritte eleganti di china nera e le note rosse scomparvero per sempre, come protette da quell'ultimo istintivo gesto di difesa. Con i suoi settant'anni, andava a Venezia a trovare una fidanzata fresca di qualche mese; una storia allegra. Ma non erano ancora intimi al punto da poter mostrare l'un l'altro i propri sentimenti e, quando morì, Nick questo ancora non lo sapeva.

martedì 17 giugno 2008

Un grido aquilino di incredibile intensità permeò lo spazio vuoto: non accadde nulla, tutto l’universo continuò indifferente la sua vita. Non si udì rumore alcuno ma, ai remoti confini di quella dimensione, in luoghi che prendono nome di “Anello Esterno”, uno scattare di palpebre squamose rivelò la pupilla concava del serpente. Le orecchie, che nel lungo sonno giacquero assottigliate dietro alle corna ritorte, si drizzarono vigili, per meglio investigare la natura del suono che aveva provocato il risveglio; una vibrazione aveva rotto il Silenzio, come sarebbe potuto accadere per errore! Dalla terra la Compagna Leggendaria aveva emesso quell’ultimo verso ed il Dragone conobbe dentro di sé la certezza che da lì ad un anno solare sarebbe giunto il momento di fare ritorno al Pianeta. Ancora chiuso, ermeticamente sigillato per tempo incalcolabile, l’artiglio destro nascondeva il Dono delle Stelle. Lo mosse lentamente e con pacata sicurezza, ruotando il collo, fece scivolare quella polvere arcana lungo tutta la criniera smeralda. Ogni granello di tale alchemica sostanza aveva forma e colore differente: in quelle sfumature era celato il segreto della creazione. Quindi l’Animale-Dio cadde in uno stato di semicoscienza, intento a raccogliere dentro di sé la forza necessaria per il compito sovraumano che avrebbe portato a termine.